Sudafrica: vescovo, attesa per i prossimi passi di Ramaphosa
Giada Aquilino - Città del Vaticano
“Questo è l'anno in cui invertiremo la rotta sulla corruzione nelle nostre istituzioni pubbliche”. Così il neopresidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa, nel discorso sullo Stato della Nazione, poco dopo le dimissioni del predecessore Jacob Zuma, travolto da scandali e accuse di corruzione e prevaricazione. Il Paese “esce da mesi pieni di incertezza legati a uno scontro di potere interno all'African National Congress (Anc), il partito che fu di Nelson Mandela, al potere dalla fine del regime di apartheid nel 1994”, sottolinea Vincenzo Giardina, inviato dell’agenzia Dire in Sudafrica e Swaziland. Ramaphosa, nel suo intervento, ha presentato quello attuale “come un momento nuovo per la Nazione: certamente è un primo passo, ma dovremo aspettare i prossimi”, commenta mons. José Luis Ponce de Leon, vescovo di Manzini, in Swaziland, e membro della Conferenza episcopale di Sudafrica, Botswana e Swaziland. Il presule auspica per il dopo Zuma un nuovo dialogo, un lavorare “insieme tra il partito presidenziale e l’opposizione”.
Disoccupazione e rallentamento del Pil
In vista delle elezioni del 2019, si traccia intanto un bilancio dell’ultimo decennio, durante il quale il Sudafrica non ha corrisposto alle aspettative riguardo alla crescita dell’economia, con un tasso di disoccupazione rimasto alto e un rallentamento del Pil. “La storia del Sudafrica - ricorda Vincenzo Giardina - è stata segnata da grandi aspettative liberate dalla fine del regime di apartheid e poi però da un cammino - sul piano della crescita economica, dell’empowerment, della giustizia sociale - in cui molto è stato promesso, molto si è sperato, non tutto è stato raggiunto. In qualche misura la figura di Ramaphosa - aggiunge Giardina - riassume alcune delle contraddizioni del Paese. È uno storico militante della lotta contro il regime segregazionista, allo stesso tempo ha legato il suo nome ad attività imprenditoriali, fino a sedere nel consiglio di amministrazione della ‘Lonmin’, una società importante in Sudafrica anche perché purtroppo è legata a quello che è stato il più grave massacro nella storia del Paese nel dopo apartheid. Il 16 agosto 2012 - ricorda l’inviato dell’agenzia Dire - la polizia sparò e uccise 34 minatori che chiedevano salari meno bassi, dignità, diritti. E Ramaphosa sedeva nel consiglio di amministrazione della ‘Lonmin’, che era titolare della concessione dei giacimenti di Marikana”.
L’Aids in Sudafrica e Swaziland
In questi anni, non senza polemiche, è stato comunque portato avanti l’impegno nella lotta ad una piaga endemica, l’Aids. In Sudafrica come nel vicino Swaziland, il regno dell’Africa meridionale “noto purtroppo anche per un primato negativo, quello di restare ancora oggi - nonostante progressi importanti - il Paese col più alto tasso di diffusione al mondo del virus dell’hiv”, spiega Giardina. Al confine col Mozambico, prosegue, a Siteki è in corso “un intervento di una ong, SOS Children’s Villages, SOS Villaggi dei bambini: si tratta di sostenere le autorità sanitarie locali e anche accompagnare e garantire i diritti degli orfani, perché lo Swaziland è stato decimato tra gli anni ’80 e gli anni 2000 dal contagio del virus”. “Ci sono stati 230 mila casi, quasi un quarto della popolazione è stata colpita dal contagio, nel 2016 secondo l’Onu ci sono state più di 3 mila morti legate a malattie connesse con l’Aids”. Da una decina d’anni il governo è intervenuto “con un programma più deciso sul terreno della prevenzione, delle terapie antiretrovirali, quindi l’incidenza della malattia è molto calata”, ma la grande emergenza oggi è quella degli orfani, “chi ha perso uno e, molto spesso, entrambi i genitori” a causa della malattia.
L’impegno della Chiesa cattolica in Swaziland
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