Myanmar, il rischio ora si chiama colera
Giada Aquilino - Città del Vaticano
«Non c’è nessun posto sicuro a Mandalay o Sagaing al momento». È un Myanmar al collasso quello che emerge dalla testimonianza di Ralf Nico Thill, Country director di Azione contro la fame in Myanmar, in una conversazione da Yangon coi media vaticani tre giorni dopo il disastroso terremoto che ha colpito il Paese del sud-est asiatico, assieme alla Thailandia. Di fronte a un bilancio provvisorio che si aggiorna di ora in ora, con 2.000 vittime riportate dalla giunta militare al potere dal 2021 a Naypyidaw, Thill spiega come questi numeri potrebbero purtroppo «aumentare ulteriormente», perché molte aree riusltano inaccessibili. Il sistema di telefonia e Internet nelle zone più colpite «è completamente crollato, la situazione è disastrosa».
Servono ripari, cibo, acqua
«La gente dorme ancora per strada. Non ha accesso all’acqua potabile. Le persone — prosegue il rappresentante di Azione contro la fame — vivono in zone non protette, il che è motivo di grande preoccupazione, soprattutto per le donne e i bambini. Il bisogno è ovunque, per ripari, cibo, acqua. Il servizio medico è completamente collassato. Una delle maggiori preoccupazioni è che a causa del caldo potremmo avere un’epidemia di colera: abbiamo già casi di diarrea». Attualmente ci sono «tra i 38 e i 40 °C» e tra giugno e luglio arriveranno anche i monsoni, in un Paese «che sta affrontando più crisi contemporaneamente. C’è una guerra civile in corso da quattro anni — quella tra esercito e milizie etniche, ndr — e ora il terremoto ha peggiorato la situazione. Purtroppo è diventato il Paese più povero dell’Asia sud-orientale e meridionale», con una popolazione maggiormente «fragile e vulnerabile».
Aree già critiche prima del sisma
L’Onu ha denunciato come gli sforzi di soccorso siano stato ostacolati dall’offensiva militare contro i miliziani, in particolare nello Stato nord-orientale di Shan proprio venerdì, giorno della micidiale scossa di magnitudo di 7.7. Ma al contempo l’onda tellurica non si è fermata. «La terra trema regolarmente: molti edifici sono crollati e temiamo che anche le persone che lavorano per salvare i sopravvissuti possano essere colpite». Mandalay «ha 1,6 milioni di abitanti: quindi, naturalmente, lì sono colpite più persone. Tuttavia, la situazione è molto peggiore in termini di servizi di base a Sagaing, dove il sistema sanitario era collassato ancora prima di questo disastro, in una zona peraltro molto difficile da raggiungere». Inoltre, fa notare Thill, in quell’area erano già presenti «1,8 milioni di sfollati», persone che «ora devono affrontare questo terremoto oltre a tutto il resto».
Danno psicologico immenso
In queste ore Azione contro la fame, operativa in Myanmar dal 1994, ha «una squadra in viaggio verso l’area colpita», va avanti Thill. «Ci stiamo concentrando sulla sicurezza alimentare e sull’acqua potabile come prima fase. La seconda sarà più incentrata su forniture mediche, alimentazione, soprattutto per i bambini, e salute mentale», per shock e stress post-traumatico: il danno psicologico, che rimane per anni, «è immenso». Ciò che «è importante capire» inoltre, mette in risalto, è che il Myanmar «è un Paese chiuso: i confini sono chiusi e pochissimo personale internazionale si trova all’interno». È una nazione che «ha 130 lingue diverse e altrettanti gruppi etnici. Il nostro approccio — aggiunge — è quello di collaborare con partner locali che hanno rapporti consolidati con le comunità».
L'impegno per i bambini
Le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme per i 6,7 milioni di bambini del Myanmar che vivono in un Paese già provato da fame, povertà e insicurezza. Azione contro la fame è un’organizzazione internazionale, specializzata nel sostegno a donne incinte e a bambini sotto i 5 anni, che dunque lavora in coordinamento con realtà locali. «Questo — chiarisce Thill — aiuta anche a prevenire problemi di coordinamento e corruzione».
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