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"Vatican Longevity Summit", scienza, etica e futuro della vecchiaia

Presentata in Sala stampa vaticana una conferenza sull'ultima età della vita con Premi Nobel e scienziati di fama internazionale. L'evento ospitato al Centro congressi Augustinianum di Roma è organizzato dall'Istituto internazionale di neurobioetica, IINBE, con il patrocinio della Pontificia accademia per la vita

Eugenio Murrali - Città del Vaticano

La sfida proposta dal primo "Vatican Longevity Summit" è di creare un modello di longevità umana integrale, consonante con la visione di Papa Francesco, che considera la vecchiaia una grazia. Un convegno con grandi scienziati e pensatori, alla presenza del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, per affrontare la prova di un nuovo paradigma per l'ultimo tempo dell'esistenza.

La società, un palazzo senza scale

L’iniziativa in programma oggi, 24 marzo, nel Centro congressi Augustinianum di Roma è patrocinata dalla Pontificia Accademia per la Vita (PAV), il cui presidente, l’arcivescovo Vincenzo Paglia, ha dichiarato: “Noi viviamo nel cuore di una gigantesca contraddizione, perché l’intera cultura ordinaria ritiene la vecchiaia un naufragio”. Una società che invecchia ma in cui molti non sentono l’urgenza di un tema che Papa Francesco ha invece messo più volte al centro del suo magistero. Il presule offre l’immagine di un palazzo di quattro piani, le quattro età, dove, però, mancano scale e ascensori, cioè la comunicazione intergenerazionale. Il Santo Padre, che ha fornito una vera “spiritualità della vecchiaia”, ha ricordato Paglia, ha favorito il dialogo tra le età, per esempio, con l’istituzione di una festa dedicata ai nonni. 

Una longevità equa e democratica

Premi Nobel, scienziati di fama internazionale, rappresentanti delle istituzioni contribuiscono alla riflessione per arricchire in dignità e qualità l’estrema età della vita, un bene comune che va onorato integrando scienza, etica e spiritualità. Alla presentazione è intervenuto il principale promotore del convegno, padre Alberto Carrara, presidente dell’Istituto internazionale di neurobioetica, IINBE, che ha menzionato anche il ruolo rivestito nella nascita del summit da Viviana Kasam, presidente del BrainCircle Italia, recentemente scomparsa. “La tecnologia deve essere al servizio dello sviluppo integrale della persona umana”, ha insistito Carrara, ponendo anche il tema dell’equità e della democratizzazione degli strumenti a favore della buona longevità.

La conferenza stampa di presentazione del primo Vatican Longevity Summit
La conferenza stampa di presentazione del primo Vatican Longevity Summit

Una società squilibrata

Il punto dell'equità è stato ripreso dal premio Nobel per la Chimica nel 2009, professor Venki Ramakrishnan, che ha richiamato l’attenzione sul rischio di “una società squilibrata”, non solo per la diminuzione dei giovani rispetto agli anziani, ma anche per un problema sociale: “Se si fanno studi sulla longevità chi ne beneficerà?” E ha messo in guardia: “Si può immaginare che ci sia una società a due velocità, in cui le persone ricche saranno ancora più ricche, avranno ancora più potere”, perché potranno godere dei mezzi di una vecchiaia sana. Contribuisce alla riflessione, nel corso del convegno, anche un altro Premio Nobel, il professor Shyn’ya Yamanaka, che ha ricevuto il prestigioso riconoscimento per la Medicina nel 2012 grazie alle sue scoperte sulla riprogrammazione cellulare.

La sacralità dell'anziano

Uno sguardo alla sacralità dell’anziano nell’intervento del professor Giulio Maira, fondatore e presidente della fondazione Atena, che ha dichiarato: “L’anziano è l’espressione massima di quello che la società può fare per l’uomo”. Lo scienziato ha speso parole importanti sul tema della prevenzione e dell’educazione - soprattutto per i giovani - a una vita sana, lontana da eccessi, anche per permettere alla longevità di essere sostenibile. Un impegno necessario per poter recuperare risorse da indirizzare alla ricerca, ma anche e soprattutto per permettere alle persone anziane di vivere meglio, poiché ancora una percentuale troppo alta ha una diagnosi di demenza, mentre dobbiamo arrivare a "vivere a lungo ma con cervello sano". Bisogna migliorare soprattutto la vecchiaia dell'universo femminile, perché è vero che le donne vivono di più ma "pagano questa longevità".

La cura al centro

“Cento anni fa l’età media nei paesi industrializzati era di circa 40-45 anni, oggi è quasi il doppio”, ha asserito il professor Juan Carlos Ipsizua Belmonte del Salk Institute for Biological Studies in California e ha correlato la vecchiaia raggiunta oggi con lo sviluppo del concetto di cura, che è passato soprattutto attraverso l’igiene, gli antibiotici e i vaccini, capaci diminuire il principale fattore di rischio, le malattie: “Non bisogna aumentare la durata della vita come un fine in sé, ma migliorarne la qualità”.  

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24 marzo 2025, 15:45
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